in bici sul Danubio

5 agosto 2010

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Paolo Rumiz, È Oriente (Feltrinelli, 2005, € 7,50). «In un viaggio lento tutto si riempie di simboli: la salita è penitenza, il bivio è scelta, il rettifilo introspezione. Il ponte è passaggio sicuro sull’acqua, sul pelago dell’incognito». Rumiz, che fa il giornalista ma è un viaggiatore, racconta i suoi seicento chilometri in bici col figlio, da Trieste a Vienna. Li ho percorsi anch’io, per un tratto. Passau, Inzell, Linz, Enns, Grein, Melk, quattro adulti, quattro bambini, otto biciclette lungo il Danubio, diretti a Vienna, per il fiume o tra campi di soia, orzo, mais, cavoli e frumento con le spighe gonfie ripiegate all’ingiù. Ultima settimana di luglio, cinque giorni ai pedali duecentouno chilometri, riva nord, riva sud, i battelli per traversare, tre magliette, tre paia di calze, un impermeabile e una felpa. Le bici «sono state macchine da presa, rosario di orazioni, miscelatore di immagini e memorie, fabbrica di pensieri e di sogni straordinari». Provavo qualcosa di simile all’affetto per la mia, noleggiata a Passau, robusta e con il manubrio a corna che la faceva quasi alta come me; la mattina era una gioia ritrovarla, montare le sacche sul portapacchi, e sorprendersi ogni volta di essere leggeri grazie a quel peso che ci rendeva liberi. A Inzell, prima tappa, dove il Danubio fa un’ansa e strizza la terra in un panettone boscoso, mi chiedevo cosa avesse di così speciale quel posto da farmi provare l’emozione del “primo viaggio”. Era il modo in cui ci ero arrivata. Andare in bicicletta non è spostarsi, è viaggiare.

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