la favola del tonchio azzurro

3 agosto 2010
Tempo di lettura: 4 minuti

La scena si ripete ogni martedì. Fai la classifica dei tuoi preferiti, chiede Filippo, e io giù per terra a metterli in fila: primo il tonchio azzurro, seconda la cicala asiatica, terzo il longicorno dell’Indocina. Il martedì esce in edicola un nuovo insetto, sono veri, conservati in cubetti di resina. Lui ne va matto. Va matto per tutti gli animali, specie per quelli repellenti. A quattro anni diceva: «Io amo i pipistrelli, sennò non li ama nessuno». A cinque, andando a scuola sotto la pioggia: «Oggi è un giorno sfortunato per gli umani ma fortunato per le lumache». E settimana scorsa, trovate in casa due formiche, mi ha spiegato che se una avesse tamponato l’altra non avrebbero litigato come noi, perché per loro è più importante la comunità che l’individuo. Però, ho pensato, dovremmo andare alla scuola delle formiche!, e ho rinunciato a schiacciarle. Ora mio figlio ha otto anni, ne ho visti di pianti per una cimice calpestata. Il trauma del «la mucca fa il latte, la gallina le uova e il maiale come lo fa il salame?» non è ancora superato. In famiglia tutti amiamo gli animali, ma una sensibilità così acuta è solo sua. Solo lui si incanta ad ammirare creature per noi ripugnanti, nota un lombrico sul marciapiede e lo rimette nell’aiuola. All’inizio mi chiedevo cosa significasse questa empatia col regno animale, specie con le sue forme meno attraenti. Mi preoccupava un po’. Volevo insegnargli un più sano distacco. Finché due anni fa, in un pomeriggio di canicola al mare, è corso a chiamarmi con un sorriso da vincitore di jackpot: in giardino c’era una tela di ragno con tre sacchettini, «sono pieni di uova» mi ha detto, e chissà come lo sapeva. Io non le avevo mai viste, erano capolavori di ricamo in miniatura e, sì, erano qualcosa di molto bello. Bello esteticamente. Bello come lo sono le cose della natura: ingegnose e bizzarre. Da allora per me qualcosa è cambiato. Sempre grazie al mio baby-entomologo ho visto una farfalla uscire dalla crisalide, la scena del mondo animale più emozionante che mi sia capitata. Lo so, state pensando tale madre, tale figlio. Ma non è così: ho sempre avuto fastidio per gli insetti, orrore per i ragni. Mai avrei immaginato di poter apprezzare uno scarafaggetto a strisce turchesi; invece, ogni martedì, lo metto in cima alla classifica dei miei preferiti: si chiama tonchio azzurro, è una delle innumerevoli forme in cui la natura ha riversato la sua creatività visionaria. Mentre lo studio rannicchiata per terra, mi torna in mente quando da bambina immaginavo che dentro ogni particella di materia esistessero altri mondi a noi invisibili ma grandissimi per chi li abita, e sognavo di finire dentro uno di essi perché forse, mi dicevo, sarebbe stato migliore del nostro. Quando Filippo mi racconta di termiti che costruiscono torri 1.300 volte più alte di loro o che la cavalletta e la libellula hanno cinque occhi e chissà cosa vedono, penso che forse anche lui vorrebbe finire in un mondo diverso. Questi insetti e le loro storie sono uno di quei mondi. Sono come le favole. Con qualcosa in più delle favole: esistono davvero, hanno abitudini e regole che spesso sarebbero ottime anche per noi umani. Se li osservi senza preconcetti, vedi anche la loro particolare bellezza, non puoi più calpestarli. Allora ho rinunciato a insegnare a mio figlio il sano distacco, e lui mi ha insegnato che si può guardare con passione oltre il pregiudizio. E mi sembra una cosa molto più preziosa da imparare.

Pubblicato su Donna Moderna n. 22, 2010

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